L’invasione dei cani a Palermo — Cap. XIV

Estate

28 February 2017  |  Share:

“L’invasione dei cani a Palermo” è un racconto a puntate: se vuoi leggere gli altri capitoli vai all’indice. Il racconto è disponibile anche in versione e-book integrale.


XIV. Estate

 

L’estate era già alle porte, ma i fondi tanto attesi non erano mai arrivati in città.
Il governo aveva dovuto favorire altre priorità, ma i deputati della maggioranza si dicevano sempre pronti ad affrontare la questione palermitana. Ai giornalisti, che incalzavano chiedendo una data certa, rispondevano vaghi, che ancora c’erano da fare piccoli emendamenti, verifiche tecniche. Ritocchi da poco comunque, il provvedimento sarebbe stato firmato presto.
 
Pur non avendo precisa cognizione della cifra che sarebbe stata stanziata, i palermitani si erano messi col cuore in pace ad attendere.
I volenterosi che stavano ripulendo le scuole allentarono i ritmi e pian piano mollarono mascherine, vanghe e vernici, sicuri ormai del pronto intervento delle autorità. Inoltre l’anno scolastico era finito, si poteva rimandare tutto a settembre.
Il sindaco si teneva lontano dai riflettori, in attesa di poter mettere le mani sui soldi e lanciare un maestoso programma di ricostruzione. Ma il tempo stringeva, i soldi non si vedevano e le elezioni si avvicinavano: senza un accenno di ripresa il sindaco sapeva di essere spacciato. Per questo ogni giorno diventava più torvo e guardava con ansia il calendario, su cui era segnata in rosso la data del 14 luglio: la notte della festa patronale, il festino di santa Rosalia.
La tradizione prevedeva che il primo cittadino salisse sul carro con la santuzza, gridando: “Viva Palermo e santa Rosalia!”, circondato dalla folla festante. Quell’anno però c’era ben poco da celebrare, il sindaco stava meditando di non presentarsi in pubblico.
 
La buona notizia è che i cani sembravano più sereni. I palermitani avevano imparato a farsi i fatti propri e in certe zone si poteva nuovamente camminare per strada senza troppi timori. I singoli cani si mostravano mansueti ai passanti, bisognava avere solo l’accortezza di tenersi alla larga dai gruppi più numerosi.
Il coprifuoco ufficioso dopo il tramonto perdurava e ovviamente era sconsigliato andare in giro a piedi trasportando del cibo, la fame del branco rimaneva inappagabile. Tuttavia la soluzione delle motoape aveva retto bene, era stata perfezionata e veniva adottata anche dalla grande distribuzione. La consegna a domicilio di generi alimentari era garantita capillarmente in ogni quartiere, i cittadini erano sazi.
 
Qualche negoziante si arrischiò a rialzare le saracinesche, sfruttando l’occasione dei saldi estivi, ma le vendite languirono: i palermitani ormai andavano a fare shopping solo nei centri commerciali in periferia, dove potevano arrivare comodamente in macchina e passeggiare al sicuro tra insegne sgargianti e jingle intrusivi.
Le partite del Palermo non si giocavano più al Renzo Barbera, occupato come lo stadio delle Palme, ma erano state spostate allo stadio di Trapani su insistenze della lega Calcio. Così anche il campionato di calcio si era concluso regolarmente, fatto salvo un exploit di scommesse truccate nelle ultime giornate.
 
I ragazzini, che non potevano più giocare a pallone negli spiazzali assolati, si industriarono per trovare passatempi più tranquilli. Si riunivano negli androni dei palazzi armati di videogiochi e, quando non c’erano adulti in giro, si divertivano a stuzzicare i cani sui marciapiedi, con boccacce e smorfie di gruppo da dietro i vetri.
Andare a mare era rarissimo, anche se il caldo in alcune giornate diventava opprimente. Da Sferracavallo fino alla Bandita, orde di cani bivaccavano sulla costa. Solo a Romagnolo, oltre la foce dell’Oreto, c’era un tratto di spiaggetta lasciata inspiegabilmente libera dal branco. Qui gli abitanti del quartiere potevano distendersi tra calcinacci e rottami e fare il bagno nelle acque oleose provenienti dal porto.
 
I proprietari delle splendide villette di Mondello avevano innalzato fitte reti metalliche e muri attorno alle proprietà. Chi poteva si fece costruire una piscina abusiva a corredo della propria fortezza.
Nei condomini prosperavano le installazioni di dissuasori acustici, impostati su frequenze udibili soltanto dagli animali. Erano il ritrovato tecnologico che avrebbe risolto ogni problema; ma a volte funzionavano e a volte no, innervosendo i neonati o generando cori di latrati infernali nei paraggi. Alcuni tecnici truffaldini montavano delle semplici scatolette vuote con una lucina visibile all’esterno e contavano sull’effetto placebo. Come sempre c’era chi lucrava sul desiderio di sicurezza dei cittadini.

 
(continua…)

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