L’invasione dei cani a Palermo — Cap. IX

Occupazione

17 December 2016  |  Share:

“L’invasione dei cani a Palermo” è un racconto a puntate: se vuoi leggere gli altri capitoli vai all’indice. Il racconto è disponibile anche in versione e-book integrale.


IX. Occupazione

 

I pochi cani scampati al rogo della Favorita si dispersero nei quartieri circostanti e a Mondello. Si riconoscevano facilmente dal pelo bruciato e dalla terribile puzza di sangue evaporato. I palermitani provavano per questi sopravvissuti un misto di pena e disgusto.
Gli altri cani, lungi dall’abbandonare la città, avevano mutato atteggiamento: parevano più feroci, più impulsivi e irrazionali che in passato. Ringhiavano contro i gruppi di ragazzine che tornavano da scuola, inquietavano le casalinghe tentando di intrufolarsi nelle villette. E poi si accoppiavano senza sosta, in orge oscene e rumorose sotto gli occhi di tutti.
 
Dalla mattina dopo il rogo aveva iniziato a piovere e sembrava non voler più smettere. Faceva anche più freddo rispetto alle medie siciliane. Le signore sfoggiavano le loro pellicce migliori nel breve tragitto tra la macchina e il tunnel estensibile montato all’ingresso del teatro Massimo per proteggere gli spettatori.
Il branco si attivò alla ricerca di rifugi più sicuri e confortevoli per trascorrere l’inverno al caldo. Le cagne gravide si erano già trasferite dai giardini, sistemandosi sotto i porticati di piazzale Ungheria e di via Crispi, nei posticini preferiti dai senzatetto. Che fine avessero fatto i barboni e i pazzerelli, il cui incontro un tempo animava le passeggiate cittadine, restò un mistero per tutti. Sta di fatto che da un po’ di tempo non se ne vedevano più in giro.
 
Gruppi più agguerriti si avventarono all’assedio degli ospedali, delle scuole e degli uffici comunali che, in quanto strutture pubbliche, erano difese dai palermitani con meno tenacia rispetto ai condomini e ai supermercati.
Espugnare le roccaforti umane non fu un problema: nella maggior parte dei casi le protezioni erano raffazzonate e insufficienti contro quella moltitudine di aggressori. Le reti metalliche venivano divelte con zanne e artigli, il suolo fiutato per trovare falle e passaggi di servizio, le porte assaltate non appena qualcuno le apriva malavvertitamente dall’interno. Quando non si riusciva con la forza bruta, erano gli assediati che lasciavano via libera ai cani pur di avere salva la pelle. Nessuno credeva davvero che i cani sarebbero mai arrivati a tanto.
 
Gli studenti del liceo scientifico Cannizzaro, seguendo una tradizione pluriennale, a dicembre avevano occupato l’edifico scolastico, interrompendo il corso delle lezioni, cacciando i professori e sperando di resistere fino allo scoccare delle vacanze natalizie. Quell’anno il pretesto dell’occupazione era stato fornito proprio dall’invasione dei cani e dall’inefficienza dell’unità di crisi. Dalle finestre delle aule di disegno pendevano striscioni beffardi contro il sindaco, raffigurato con muso canino o con le chiappe mordicchiate da una bestia.
Il branco attaccò la scuola di notte, mentre gli studenti ribelli partecipavano a un cineforum in aula magna, rallegrati da birra e marijuana. Ci furono urla, morsi alle caviglie e momenti di panico, ma nel giro di pochi minuti tutti i ragazzi erano già fuori in strada a chiamare i genitori frignando, mentre i cani erano comodamente sistemati nei loro sacchi a pelo.
Scene e tumulti simili si ripeterono al Policlinico e all’ospedale Ingrassia, con medici e infermieri che si affrettavano a mettere in salvo i pazienti più gravi e i cani che scorrazzavano già nelle sale d’attesa.
 
Le forti piogge non cessavano e gli animali trovarono un ottimo riparo anche sotto le pensiline della stazione centrale. I branchi sulle rotaie causarono ripetuti ritardi sui treni regionali, costretti a fermarsi qualche metro prima del capolinea, caricando e scaricando i viaggiatori direttamente sui binari, fradici e in balia di possibili assalti.
Gli autobus non accostavano più alle fermate canoniche, gremite di bestie: aprivano le porte soltanto quando avvistavano qualche poveraccio che si sbracciava ai bordi della strada urlando: “Bussola! Bussola!”. Gli autisti lo consideravano un gesto caritatevole e perdonavano quei derelitti anche se non avevano il biglietto.
 
A parte pochissimi costretti a usare gli sparuti mezzi pubblici, i palermitani si spostavano solo in automobile anche per brevissimi tragitti. Non era una novità, ma adesso erano scomparsi pure biciclette e motorini, considerati troppo pericolosi.
Il numero totale di veicoli in giro diminuì, tuttavia il caos e il traffico rimasero invariati. A creare ingorghi e rallentamenti erano i cani, che non facevano più alcuna differenza tra marciapiedi e corsie, e si dedicavano ai loro porci comodi indifferentemente su entrambi. A volte bastava qualche colpo di clacson per liberare la via, ma altre volte le strombazzate servivano solo ad attirare altri randagi.
Nel terrore di possibili agguati durante le soste, nessuno si fermava più agli incroci né di notte né di giorno, cercando di sfruttare a tutta velocità i pochi tratti sgombri. Qualcuno propose direttamente di spegnere tutti i semafori o di lasciarli lampeggiare in un perpetuo arancione, come monito per i temerari che ancora si avventuravano in strada.

 
(continua…)

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